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Aqua Aura - Natura.0

Aqua Aura - Natura.0
a cura di Francesca di Giorgio - ESPOARTE n. 102

Dall'osservazione del tuo lavoro emerge un particolare rapporto con la Natura, in senso lato. Come consideri questo legame a livello personale, come si esplicita nel tuo lavoro – quali tue opere recenti pensi lo identifichino meglio – e come si inserisce nel contesto più ampio dei linguaggi del contemporaneo?

 

Un legame contraddittorio, direi. La natura, in senso stretto, è il mio “altrove” assoluto. Periodicamente cerco il mio intimo dissolvimento nei grandi spazi naturali; in me innescano un processo di de-frammentazione salutare e di rigenerazione emotiva. D’altro canto, sono consapevole che ogni mio movimento ed ogni mia azione contribuiscono a degradare i suoi equilibri. Per il solo fatto di essere al mondo lascio un’impronta ecologica sull’ambiente che, insieme a quella di altri sette miliardi di individui della mia specie, distrugge le delicate interazioni naturali. In qualche modo, benché aspiri alla natura continuamente, posso considerarmi - potremmo considerarci tutti in varia misura - l’aguzzino del pianeta.

L’inizio della mia piccola-grande avventura nel mondo delle immagini ha avuto origine dall’ambizione di diventare un “vecchio” fotografo di paesaggio, di natura e di ambiente, senza l’intenzione di calpestare specificatamente il territorio dell’arte contemporanea. Solo successivamente  si è generata quella catena elicoidale di domande, di curiosità e di sfide che mi ha portato fino a qui. A distanza di tempo, in quello che faccio oggi, di quella lontana origine è rimasta intatta l’attenzione al luogo naturale, selvaggio oserei dire, come matrice di ogni ulteriore sviluppo di senso e di linguaggi ulteriori. Quasi tutti i lavori che escono dallo studio vedono un luogo naturale, un luogo privo dell’impronta umana, come sfondo o contenitore/contenuto di un certo epifenomeno visivo successivo o conseguente. Nel contesto di questa mia risposta, però, quando utilizzo i termini “ambiente” o “natura” lo faccio nell’accezione anglosassone di “Environment” più che con un intento propriamente ecologico; e cioè di un concetto estensivo di luogo di relazioni specifiche, di ambiente in senso lato, generalistico, che ha bisogno dell’affiancamento aggettivo ulteriore per acquisire una sua propria specificità - natural, economic, urban, ecc. Nel mio caso particolare si può parlare di un “Zero Environment”, ovvero di un ambiente a grado zero, il più possibile vuoto, una pura cassa di risonanza: per questo motivo l’assenza dell’umano diventa fondamentale nei miei lavori. Il paesaggio polare, in questo senso, diventa il luogo di elezione.

Anche se non trovo, in quello che faccio, un intento programmaticamente ecologista, la natura rimane un riferimento importante. Dentro i miei lavori è per me uno “spazio” dal duplice aspetto, da un lato è la metafora di una sparizione, un naufragio dentro le violenze sociali ed economiche del “qui ed ora” e del “tutto e subito” che hanno disintegrato la necessità di un linguaggio poetico delle cose e stanno ridicolizzando l’importanza e la gerarchia dei valori di natura; da un altro lato, ed è forse l’aspetto che più mi interessa, è che essa rappresenta un specchio di particolari categorie del pensiero. Nei luoghi di elezione delle mie immagini ho la possibilità di far venire alla luce e plasmare aspetti del Sublime e di una certa forma di trascendenza. Ogni luogo, ogni ecosistema che afferma l’inutilità e l’irrilevanza della nostra presenza fa risuonare in me una certa forma di pensiero trascendente. Tutto ciò che rimpicciolisce il manifestarsi del mio “essente” mi trascina nel territorio della metafisica. Sotto un certo aspetto considero questo territorio il riflesso della mia concezione di opera. L’opera è a sua volta un ecosistema di equilibri e sottili interazioni, a volte esplicite e a volte nascoste. Possiede una sua fragilità intrinseca.

“Indifferenza” è un termine che ultimamente sta molto attirando la mia attenzione. Trovo l’indifferenza una condizione mentale sempre più diffusa e dominante il nostro panorama sociale e culturale. I ghiacciai, è un dato condiviso a livello planetario, stanno scomparendo. Nevai, calotte millenarie, ghiaccio di superficie e ghiaccio di profondità si stanno assottigliando. Insieme ai luoghi specifici è come se stesse svanendo una condizione dell’anima ed un immenso archivio biologico e storico. Significativo a tal proposito è che da pochi anni diverse organizzazioni ed istituti internazionali hanno dato il via ad un progetto di salvaguardia del ghiaccio chiamato ICE MEMORY. In breve, si tratta di estrarre delle “carote” di ghiaccio da luoghi estremi del globo e di archiviarle, conservandole in specifici siti ad atmosfera e temperatura controllate. Tutto ciò ci permetterà di conservare una parte di questo archivio. Il loro studio, nel futuro, ci permetterà di avere importanti informazioni sulla storia biologica e ambientale del nostro pianeta.

L’indifferenza con cui questo processo di sparizione viene vissuto mi colpisce molto.

Una buona parte dell’opera video “Millennial Tears” - presentata alla fine del 2017 ai Musei Civici di Reggio Emilia e Alessandria - nasce dallo smarrimento di fronte a questa condizione di indifferenza. Se escludiamo il tributo alla cultura ebraica, che costituisce l’altro cuore del video, quel che resta è la semplice, disarmante esperienza del ghiaccio. In quel lavoro, al di la delle intenzioni linguistiche e delle sovrastrutture concettuali, uno dei miei intenti primari era quello di costringere lo spettatore, per almeno i primi 15 minuti della sua durata, allo spettacolo del ghiaccio antartico. In un viaggio visivo e metaforico volevo che ognuno si sentisse solo di fronte all’immanenza di quel paesaggio, al suo disgregarsi e cadere, al suo rivoltarsi come un animale titanico che tenta di rimanere a galla, dentro il fragore del suo stesso rumore. Di fronte alla sua grandezza, fragilità e decadenza volevo che il pubblico vivesse in un’ipnosi una malinconica estasi, quasi struggente, come fosse testimone di un lamento, di un doloroso pianto di addio espresso in altra forma.